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Schegge e Riflessi Posts

Indignazione

Questa’anno ho dato gli auguri su FB per un Buon 2016, parlando di amore e indignazione.

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Da Treccani online

indignazióne (ant. indegnazióne) s. f. [dal lat. indignatioonis, der. di indignari «sdegnarsi»]. –
1. Stato dell’animo indignato, risentimento vivo soprattutto per cosa che offende il senso di umanità, di giustizia e la coscienza morale

Ecco. Una parola che sa dire bene cosa significa trovarsi a vivere in questi tempi, di ideologie assenti, di persone di potere che parlano di riforme, come se la parola evocasse progresso, mentre ne annullano altre che erano pensate per la dignità e il vivere decente delle persone. Preferirei definirle controriforme.  Un periodo dove anche la parola rivoluzione gli viene dato un significato anomalo, già perché dove sarebbe il “mutamento radicale di un ordine statuale e sociale, nei suoi aspetti economici e politici”? E invece, “rivoluzione” come consolidamento delle logiche del mercato a vantaggio di pochi. Rivoluzione? Forse meglio dire restaurazione.

Diamo significato giusto alle parole, difendiamolo nel nostro convivere e dialogo con gli altri, perché nella confusione emotiva insieme all’uso di parole evocando significati d’illusione che si viene trascinati verso l’omologazione, la solitudine o il suicidio.

“Omologarsi”, quindi aspettare istruzioni, mettersi tutti la cravatta uguale; non basta che ci si lasci dire la nostra quando essa va bene solo se non tocchi gli steccati del definito e delle regole precostituite.

“Solitudine”, la condizione di chi viene messo all’angolo perché già il suo pensare non è solo “diverso” ma insinua lo “standard”, a volte è la scelta di chi non ce la fa – empaticamente comprendo — o di chi preferisce farsi i “cazzi propri” e lasciar fare basta che non “gli rompano i coglioni”. Quest’ultimo è persona pericolosa, rafforza l’esistente e poi sarà pronto alla reazioni con azioni che possano anche incidere sulle libertà, basta che lo lascino in pace.

“Suicidio”, certo qualcuno non comprende la sua solitudine il fallimento dentro parametri che misurano con il denaro o con modelli di essere che ti possano definire uno “sfigato”. Infine, fallito, deluso, isolato il suicidio sociale è l’unica via di fuga. A volte prende il sopravvento la paura e il panico e si pensa che con la propria morte fisica si possa trovare la serenità

Non  sto iniziando il solito “pippone”  politico. Noi siamo persone che la politica condiziona, che il nostro agire e pensare politico permette una politica o un altra. Anche il silenzio e il non voto è un’azione radicale della politica, permette che altri facciano.

Poi alla parola indignazione viene data il ruolo di vestire chi non sia d’accordo, confondendo gli arrabbiati con quelli che ragionano vomitando ostinati NO di pancia, confondendo con questi chi invece cerca di esprimere la sua resistenza, la sua opinione e agisce per il suo possibile che la sua indignazione abbia un senso; che cambi, che si finisca, che se ne vadano, che ci sia giustizia e senza vomitare sentenze da bar.

Invece è necessario che si dia rilievo al suo significato, che più persone capiscano che indignarsi è un dovere quando tutto ciò di umano, civile e di giustizia venga calpestato. Perciò bisognerebbe andare oltre la rabbia che ci assilla nei giorni del fine mese, quando si distruggono zone verdi senza che si pensi alle conseguenze, quando una donna venga violentata o un bambino muore perché non siamo più capaci di dargli futuro ma guerre e distruzioni.

Indignarsi.

Se sei un indignato scegli, ogni giorno qualcosa che ti indigni. Pensa a perché questo avvenga e cosa si possa fare. Anche se sia una isolata indignazione.

Indignazione.

Perché l’indignazione, crea simpatia tra quelli che la vivono.

E chissà…

Ah. Bisogna sapersi indignare non necessariamente di ciò che “classifichiamo” politica. L’indignazione si educa, altrimenti diventa rabbia.

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Quattro amici… Anzi. E poi?

L’incontro era casuale o programmato. Ma sempre insieme decidevamo la serata; una birra, un cinema o due passi. Lì, sul quel lungomare, anche se vento o pioggia ci coglieva; si trovava uno spazio coperto in uno dei lidi e aspettavamo. Ridendo e chiacchierando. Quattro amici. Anzi lo eravamo. Poi la compagnia crebbe. Quanti diventammo? Non ricordo, tanti; anche le ragazze si aggregarono, non eravamo più ragazzi di primo pelo.

Inizio Ignazio: «Ragazzi domani primo giorno di lavoro! Garzone con mio zio Pasquale. Lo studio non mi appartiene.»

Poi Letizia: «Fra tre giorni parto, vado a Roma. Diventerò una maestra.»

Io parlai per ultimo, veramente nessuno se ne accorse, erano già tutti dispersi. Per chi era rimasto le ore di libertà non coincidevano. Gli altri erano partiti. Lontano dal paese. Per lavoro. Solo Ludovica per amore.

Feci finta di andare incontro alla compagnia, così speravo che ne incontrassi qualcuno. Pioveva e il sole non appariva da diversi giorni. È brutta la spiaggia così. A chi potevo dire quello che pensavo. Solo al rumore di fondo della spiaggia, misto a gocce fredde e sbatacchio di teli fissi per quello che bastavano a coprire l’estate passata. Solo l’infrangere delle onde sulla spiaggia, vorticose e spumeggianti, davano il segno di esistere ancora con i sogni che ci fecero agire nella nostra gioventù.

Già giovani e poi?

Ho detto spesso ai miei allievi che la gioventù non va considerata una categoria sociale perché chi lo facesse ha scopi diversi che comunicare con uno stato temporale della crescita. Classifica, per vendere qualcosa, che duri in quel periodo che ti faccia poi desiderare altro. Oppure afferma che ciò che si fa non si debba più fare, appartengono a un periodo e basta; poi c’è l’omologazione ai schemi precostituiti. Ma da chi?

Un “giovane” è un uomo che cresce, con le aspirazioni, sogni, ansie e paure di un uomo senza esperienza. E qui sta la forza, non ha ancora sogni distrutti, aspirazioni sospese o annullate, oppure le paure e le ansie residuo di esperienze pericolose, maldestre o fallimentari. Ha coraggio ancora da esprimere, capacità di rompere schemi precostituiti o doverosi per la cultura prevalente.

Perciò fa paura se si riconosca che è un piccolo uomo; mette in crisi la sicurezza dell’adulto affermato, ormai, forse tristemente, certo del suo agire. Certo, questo è vero se il giovane si ponesse con coraggiosa umiltà alla conoscenza del mondo che lo circonda, insieme a sogni che siano capaci di incoraggiare un futuro di speranza.

Eccomi a parlare dei quattro amici… anzi, poi furono tanti e poi dispersi, per costruirsi una vita quotidiana accettabile, per qualcuno ambiziosa.

Ma solo dentro schemi che non ti possano far contare nella logica dei poteri che decidono, altrimenti non eravamo quattro amici… anzi poi tanti, ma soltanto bravi studenti di scuole di élite, per ruoli che già i genitori ci avrebbero prefigurato.

«Non è vero! Oggi tutti possono scalare il potere.» Balle!

Gioia e illusioni di schemi forniti tramite storie da film americani, dove il “sogno” di farcela è possibile. Dove l’impossibile è realizzabile.

L’impossibile è tale; può diventare possibile se ci fossero ancora quegli amici che insieme possano ancora discutere di altro, sognare e poi rompere abitudini di percorsi già predisposti, ma non per omologarsi, ma per costruire nuove abitudini, sagge soluzioni, anche contraddittorie. Diverse da quelle che portano, appena svegliati il mattino a controllare subito la sorte dello spread, adeguando la nostra vita alla sua sorte, come un oracolo che ci dica cosa dobbiamo sacrificare.

Mentre alcuni accrescono i loro profitti, selezionano la classe dirigente, solo tra loro, lasciando agli altri lo “sforzo del sacrificio” che chiede il mercato.

Già l’ideologia ha fallito. Viva il mercato, lo spread. Questa non è ideologia ma sottomissione al volere di caste finanziarie che regolano le ansie e i timori del mercato.

Che crisi esiste se non si riconosca che è tale per uno “stato del mercato”?

Perciò solo ansia e sfiducia o addirittura disperazione dell’ideologia del profitto di potentati finanziari.

E i quattro amici… anzi poi tanti?

Che abbiano il coraggio di essere diversi dai loro genitori, fallimentari, e che sappiano riprendere i sogni e dargli i giusti venti per spingersi verso sponde nuove.

E non con No di contestazione ma con Si di nuovo. Come?

Si facciano un’altra ideologia del futuro che non sia quella del profitto o della mera lamentela e contestazione.

Non è un caso che qualcuno ricorda il ’68 dandogli il significato di fallimento degli anni ’70: anni di piombo, anni spezzati, della peggior gioventù. Perché il ’68 fu contestazione, nata nell’ambito di realtà colte e lontana dalla gente comune, invece poi fu altro: la rottura con il sistema e partecipazione con tanti altri che non avevano nulla da perdere se non la propria fame e miseria o un futuro di semplici pagati per lavori senza regole. Perciò si permise di facilitare la contestazione dentro e fuori il parlamento, ma che sia tale, così si può evocare il fallimento di sogni e ambizioni diverse da quelle del profitto. Per fermare quello che venne dopo la contestazione, cioè le lotte di massa, fu necessario ammazzare con attentati. Per creare paura.

Così oggi si può chiamare riforma, eliminare i diritti conquistati senza darle il giusto significato: controriforma.

Perciò la crisi non esiste è una “ideologica”, visone di numeri del mercato definiti da operazioni di caste finanziarie nella logica del solo profitto.

Quattro amici, giovani… dove siete?

Al bar? A consumare? Cosa?

La birra con la soprattassa per la crisi e lo spread che sale.

E qualcuno guadagna perché tu possa stordirti senza sogni.

Cazzo, sogna!

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Un muro cadde e poi altri vennero costruiti…

“… da quando è caduto il muro di Ber­lino ne sono stati eretti altri mille, mate­riali (Messico/Usa; Israele/Palestina, Pakistan/India .….ultimo Ucraina/Russia) e non (vedi la disu­gua­glianza glo­bale e i muri euro­pei «a mare» nel Medi­ter­ra­neo e di terra a Melilla, con­tro i migranti). Non pro­prio una festa.”

Parlare di futuro senza riflettere sulla storia che si è vissuto è solo velleità. Mi sento un “nonno” non per dire “ai gio­vani cosa devono fare, per carità, ma per­ché vor­rei che almeno due gene­ra­zioni uscis­sero dal muti­smo in cui hanno finito per rin­chiu­dersi, inti­mi­diti da rot­ta­ma­tori di destra e di sinistra.”

Il muro di Berlino cadde ma pochi sono stati capaci di far tesoro di quello che rappresentò, sia nella riflessione su una rivoluzione che ci fu, delle conseguenze che seguirono con i risultati positivi e gli errori.
Pochi ricordano che quel muro cadde anche perché qualcuno, Gorbachov, aveva iniziato un processo di democratizzazione e rimase isolato. Non fu adeguatamente supportato dall’occidente e dagli stessi partiti comunisti, nel resto del mondo.
Non dico altro, questo articolo sul Manifesto di Luciana Castellina “Dov’è la festa” , Il muro di Berlino. L’89, un passaggio ambiguo non solo gioiosa rivoluzione libertaria è una lettura sana, riflessiva e adeguata nel momento storico che si parla a sproposito di “essere di sinistra”.IMG_0137.JPG

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Svegliarsi un mattino… e scoprirsi incauto

…dopo una lettura sul sito ilsaronno.it, secondo l’autore, dovrei considerare di essere stato «avventato» a firmare «in buona fede» una lettera in sostegno per una riflessione sulla gestione di spazi abbandonati e sulla questione di vita culturale dei giovani.
Infatti dovrei realizzare che la mia fiducia sia stata mal posta.
A chi ho mal posto la mia fiducia? A chi mi ha presentato la lettera, al gruppo dei giovani del TELOS o all’auspicio che avvenga una discussione propositiva in merito alle questioni poste?
Nella lettera non si dà un giudizio dal punto di vista legale dell’occupazione del TELOS e quindi un conseguente avvallo, sic et simpliciter; si riflette su una storia di fatto e senza polemica si pone il problema:«Crediamo invece che sia quantomeno doveroso aprire finalmente un dibattito pubblico in questa città su quale futuro pensiamo davvero possibile su queste aree dismesse che occupano tanta parte del nostro territorio e che non devono permanere ancora nel degrado ambientale e sociale.»
Ma chi mi fa la predica, quasi considerandomi un demente senza capacità di intendere e di volere? L’amministrazione della città. Quella stessa che nel testo indica che l’occupazione del TELOS appartiene a quelle «Occupazioni silenti e dormienti durante la passata amministrazione di centrodestra.»
Quindi, un passato illegale tollerato o di riflessione delle amministrazioni? Che infine, dopo anni, hanno fornito o permesso una sola, unica soluzione e interpretazione: «era illegale». Forse è stato un periodo che è servito ad additare all’illegalità – per avvantaggiarsi dinanzi alla maggioranza silenziosa – senza avere il coraggio di intervenire o di fare proposte. Un’attesa che oggi permette di affermare che non esiste «una questione giovanile» come affermerebbero «la sinistra estrema» e la «destra». Beh! Gli opposti estremismi, questa è vera archeologia del passato, di cui non si vuole mai parlare fino in fondo, ma in questa occasione fa comodo.
La lettera non fa affermazioni di contrapposizioni ma riflette e propone e non relega semplicemente tutto in una fantomatica «questione giovanile» come se il periodo giovanile fosse un ghetto della vita.
Chiedo rispetto soprattutto perché la lettera l’ho firmata insieme ad altri, per la maggior parte a me sconosciuti, ma uniti perché liberi da schemi semplicistici e pensanti di dire quello che non sia necessariamente omologato.
Non c’è contrapposizione, semmai riflessione, invece il testo dell’amministrazione è pervaso di condanne, accuse senza proposte e con una velata attenzione che «in queste ore» possa accadere qualcosa di violento che giustifichi i ritardi e i silenzi di questi anni. Invece chi amministra dovrebbe saper prevedere ed essere propositivo.
Non è una «questione giovanile» ma un problema di cultura e di diversità e che chi svolge il ruolo di amministratore o educatore (sono un insegnante) deve essere capace di comprendere (non con pietismo) e far crescere la coscienza del costruire e rispettare. Quando la rabbia e la diversità si lascia a se stessa e si ghettizza crea isolamento e solitudine in chi la vive, che se è considerata come violenza subita, può spingere a scelte di cui non riesci a comprenderne le conseguenze.
Ci sono persone capaci di essere propositivi, nella diversità e con cultura e intelligenza, nella società e nel loro lavoro. Senza essere omologati. Forse questo spaventa?
Quando chi è potente e può decidere si comporta in modo delinquenziale, con arroganza e prepotenza – mi riferisco ad una parte della attuale classe politica del paese Italia – non può che creare indignazione e rabbia, antagonismo – anche se a volte inappropriato. Ma chi è il colpevole? Dov’è la causa?
Guardare e giudicare solo l’effetto è come guardare nel fosso la luna riflessa e dire che basta togliere la pozzanghera per farla scomparire.
Quando si spengono futuro e le speranze non basta additare chi è giovane oggi e vuole la luna, semmai anche provando a costruirla. Spesso chi non è più capace di sognare non comprende e chiama delinquente uno del TELOS e non il suo amico o alleato che è una persona che non dichiara le sue ricchezze, evade e semmai entra in una farmacia, parcheggia il proprio SUV e non paga le medicine perché ha un reddito da indigente. Come pensate possa reagire un giovane, lì presente, figlio di operai, di impiegati o di benestanti ma onesti verso il fisco?
Rispondo anche a chi ha commentato la lettera definendomi – sono uno degli insegnanti che ha firmato – ideologo del TELOS e conseguentemente educo «ad occupare abusivamente spazi altrui, allacciarsi abusivamente alle utenze comunali, imbrattare muri / strade pubbliche ecc ecc.».
Chi fa queste accuse si firmi come faccio io mettendoci il nome e cognome; rispondo dal mio blog è c’è anche la faccia. Quando si fanno certe accuse si dovrebbe conoscere la storia di coloro che hanno firmato, non basta etichettare; nel mio caso potrei mettere sul piatto della bilancia la mia storia di 40 anni di educatore e dichiararmi non solo offeso ma anche calunniato. Educare con autorevolezza necessita di studio, attenzione a ciò che accade nella società analizzandolo con logicità, quindi comprendere le diversità e le idee che possano arrivare da chiunque e senza schematismi.
È facile fare affermazioni schematiche ed etichettare invece di analizzare e mettere i pezzi al giusto posto considerando la storia di quello che è accaduto nel caso specifico e non solo limitandosi a Saronno. Le diversità e le minoranze se non hanno uno spazio dove esprimersi e vengono isolate allora cercheranno di costruire anche dicendosi tra loro “Ora non è tempo per pensare a ciò che non hai. Pensa a quello che puoi fare con quello che c’è.” e spesso nelle città si trovano ruderi di fabbriche abbandonate in attesa di speculazioni. E qualsiasi cosa facciano, allora gli amministratori e gli educatori devono provare a trasformare le disavventure in avventure (propositive) per il futuro. Questo deve saper fare un buon amministratore e un buon educatore.

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Sono un indie…

Non suono musica indie, ché non è solo uno stile.

Non suono musica e basta. Ma sono diventato un indie…

Se uno (Auto)Pubblica un CD è un musicista indie; su questo la definizione è chiara.

E se uno (Auto)Pubblica un romanzo cosa è? Un Autore Indipendente, quindi un indie… della scrittura.

Questo lo spiega benissimo il post  Chi è un autore indie del blog Indie Shake&Co: un blog che parla di libri di autori indipendenti.

Ah! In questo post parla anche del mio romanzo “Sembra che le cose attendano”

Quindi ora c’è una definizione di indie anche per gli autori della scrittura.

Poteva essere non possibile? La tecnologia era disponibile, gli imprenditori sono sbocciati come funghi (Print On Demand – POD); io ho scelto la casa editrice POD Youcanprint.

Quindi tutti possono diventare scrittori ora? Io lo sono?

Ho detto sono un indie della scrittura… come esistono gli indie della musica.

Ma chi suona uno strumento non sempre è un musicista, a volte è solo uno che strimpella e distribuisce (CD o mp3) qualcosa che ha ritmo.

Nel post Chi è un autore indie, si parla di quelli della scrittura. E vengono fatte alcune precisazioni “autori indie quegli autori che si auto-pubblicano e lo fanno fornendo in maniera professionale un prodotto di qualità confrontabile a quello delle case editrici.

Cioè un autore indipendente – indie – fa fare una valutazione del testo da persone competenti (esclusi amici, figli, nonni, amanti, fidanzate e mamme ecc.), fanno un editing conseguente alle critiche ricevute. Infine incarica un professionista dell’editing editoriale e un correttore di bozze. Anche alla copertina dà la stessa attenzione professionale, insomma non prende la prima foto che gli piace e ci scrive su il titolo con il carattere che lo emoziona di più. Anche il titolo è trattato con attenzione.

Interessante leggere anche questo post La (buona) pubblicazione indipendente, una via di mezzo tra l’editoria tradizionale e il self-publishing

del blog OFFICINA MASTERPIECE del Corriere della Sera.

Ma perché allora non si aspetta una Casa Editrice seria che lo scelga (il testo, il libro)? Le ragioni sono tante e diverse, alcune discutibili.

In questo mio blog Schegge e Riflessi, nel post  (Auto)Pubblico spiego le mie motivazioni.

Perciò sono un indie della scrittura.

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1953: Legge truffa – Oggi: Legge furba e anti-democratica

La cosiddetta Legge truffa del 1953 "introdusse un premio di maggioranza consistente nell’assegnazione del 65% dei seggi della Camera dei deputati alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse raggiunto il 50% più uno dei voti validi."

Oggi basta avere il 37% per avere il 52/55 %.

Si eliminano i partiti minori:

(dall’articolo della La Repubblica )

– il 4,5% per i partiti in coalizione;
– l’8% per i partiti non coalizzati;
– il 12% per le coalizioni.

È prevista anche una soglia per le minoranze linguistiche nelle regioni che le prevedono: lo sbarramento è del 20% dei voti validi nella circoscrizione dove si presenta.

C’è poi l’accordo per la norma ‘salva Lega’: i partiti che ottengono il 9% in almeno tre regioni rientrano comunque in Parlamento.

Quest’ultimo aspetto è un regalo alla Lega; quindi ora conta di più essere forza locale (9%) che non una minoranza 19,9% (minoranze linguistiche), questo apre la strada alla divisione dell’Italia perché legittimerebbe la nascita di partiti locali dove i localismi sono superiori agli interessi nazionali.

Ah! Forse qualcuno vuole utilizzare la massima "dividi et impera".

Eliminando i partiti minori mancherà l’opposizione parlamentare, quindi essa  potrà essere solo extraparlamentare…

Perciò spazio a movimentismi e a probabile violenza.

La strada per per la democrazia con maggioranza relativa assoluta è la strada per una oligarchia condizionata, già etero-guidata dalla banche (vedi caso Bankitalia).

La democrazia nata dalla resistenza è ferita, ormai è un regime oligarchico.

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L’oro della Bankitalia sta per diventare delle banche private… !? C’è dell’altro?

Ho letto capendoci poco, una cosa è certa che le banche private si stanno appropriando dell’oro di Bankitalia. In origine le banche, che ora sono le maggior azioniste, erano pubbliche… quindi, cosa stanno combinando i nostri governanti?

Una cosa è certa che stanno correndo usando il decreto legge sull’Imu (quasi a nascondere  quello che stanno facendo) e che scadrà domani  (27 gennaio 2014) e che gli unici che si stanno opponendo sono quelli di M5S.

Quindi la Banca d’Italia diventerebbe una public company (forse l’unica al mondo) e con azionisti soprattutto costituiti da banche italiane.

Vi invio a siti per approfondire:

http://www.linkiesta.it/bankitalia-privati

http://corrieredellacollera.com/2014/01/12/perche-loro-bankitalia-appartiene-al-popolo-italiano-e-non-alle-banche-partecipanti-prima-parte-di-mario-esposito/

http://www.firstonline.info/a/2013/11/30/coltorti-che-pasticcio-la-riforma-di-bankitalia/7da48817-2cfa-49b2-be0d-b3e26de2d28f

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27 Gennaio: Giorno della Memoria – Senza retorica: I deportati non furono solo ebrei

I deportati non furono solo ebrei

Categoria Numero di vittime Fonte del dato
Ebrei 5,9 milioni [187][188]
Prigionieri di guerra sovietici 2–3 milioni [189]
Polacchi non Ebrei 1,8–2 milioni [190]
Rom e Sinti 220.000-500.000 [191]
Disabili e Pentecostali 200.000–250.000 [192]
Massoni 80.000–200.000 [193]
Omosessuali 5.000–15.000 [194]
Testimoni di Geova 2.500–5.000 [195]
Dissidenti politici 1-1,5 milioni [senza fonte]
Slavi 1-2,5 milioni [187][196][197][198]
Totale 12,25 – 17,37 milioni

I triangoli

I prigionieri, al loro arrivo, erano obbligati a indossare dei triangoli colorati sugli abiti, che qualificavano visivamente il tipo di «offesa» per la quale erano stati internati. I più comunemente usati erano:

Un uomo con addosso lastella di David usata per identificare gli ebrei (1941)
  • Giallo: ebrei—due triangoli sovrapposti a formare una stella di David, con la parola Jude(Giudeo) scritta sopra
  • Rosso: dissidenti politici
  • Rosso con al centro la lettera S: repubblicani spagnoli
  • Verde: criminali comuni
  • Viola: Testimoni di Geova
  • Blu: immigranti
  • Marrone: zingari
  • Nero: soggetti “antisociali” e lesbiche
  • Rosa: omosessuali maschi

Dati rilevati da http://it.wikipedia.org/wiki/Olocausto

 

 

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Legge elettorale tra rappresentatività e governabilità. Quindi all’erta sto.

Non sono un politico.

Non faccio politica militante attiva.

Non mi interessa questa politica del chi “buca lo schermo” perché possa rappresentarmi o governarmi.

Ma sono cittadino e quindi persona politica. Perciò faccio politica, tutti i giorni, nell’accettare o rifiutare scelte che vengono fatte da questa classe politica. Anche chi – non è il mio caso – rimane in silenzio sceglie e non dica minchiate sulla sua neutralità.

Non è importante per chi parteggio.

Invece è importante, qualsiasi sia la maggioranza, che la mia opinione sia rispettata e possa esprimere rappresentanze che possano supportare o opporsi a scelte non condivisibili.

Insomma il problema è rappresentatività e governabilità e non semplicemente la legge elettorale.

Bisogna quindi trovare un giusto equilibrio.

Rilancio la riflessione del post “Una premessa ” sul blog Malvino – di Luigi Castaldi.

“Prima di passare a discutere di sistemi elettorali, dunque, occorre avere ben presente che, in mancanza di una base elettorale che per sua natura sia incline a bipartirsi, e che anzi abbia inclinazione a frammentarsi (poco importa per quale motivo), considerare assolutamente preminente il principio di rappresentatività porta ineluttabilmente all’ingovernabilità, mentre ritenere assolutamente preminente il principio di governabilità porta ineluttabilmente a limitazioni del diritto di rappresentanza.”

“qui il nodo è assai intricato, perché, a penalizzare troppo il principio di rappresentatività in favore di quello di governabilità, si rischia una dittatura della maggioranza relativa, mentre al contrario il rischio è quello di una paralisi del potere.”

Perciò la questione non è chi ha fatto o chi difende l’Italicum ma se esso sia capace di costruire l’equilibrio tra rappresentanza e governabilità.

Chi, ora, realmente sta governando sono le banche e i suoi disponibili servitori – coscienti e incoscienti – perciò “punteranno tutto sulla soluzione del “governo della maggioranza – dittatura della maggioranza relativa”.

Quindi all’erta sto.

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