Indignazione

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Da Treccani online

indignazióne (ant. indegnazióne) s. f. [dal lat. indignatioonis, der. di indignari «sdegnarsi»]. –
1. Stato dell’animo indignato, risentimento vivo soprattutto per cosa che offende il senso di umanità, di giustizia e la coscienza morale

Ecco. Una parola che da significato il vivere in questi tempi, e soprattutto in Italia, di ideologie assenti, di persone di potere che parlano di riforme, come se la parola evocasse progresso, mentre ne annullano altre che erano pensate per la dignità e il vivere decente delle persone. Preferirei definirle controriforme.  Un periodo dove anche la parola rivoluzione gli viene dato un significato anomalo, già perché dove sarebbe il “mutamento radicale di un ordine statuale e sociale, nei suoi aspetti economici e politici”? E invece, “rivoluzione” come consolidamento delle logiche del mercato a vantaggio di pochi. Rivoluzione? Forse meglio dire restaurazione, in altre forme e di nuoovi poteri.

Diamo significato giusto alle parole, difendiamole nel nostro convivere e dialogo con gli altri, perché nella confusione emotiva insieme all’uso di parole evocando significati d’illusione che si viene trascinati verso l’omologazione, la solitudine o il suicidio.

“Omologarsi”, quindi aspettare istruzioni, mettersi tutti la stessa cravatta; non basta che ci si lasci dire la nostra quando questa va bene se non tocchi gli steccati del definito e delle regole precostituite.

“Solitudine”, la condizione di chi viene messo all’angolo perché già il suo pensare non è solo “diverso” ma insinua lo “standard”, a volte è la scelta di chi non ce la fa – empaticamente comprendo — o di chi preferisce farsi i “cazzi propri” e lasciar fare basta che non “gli rompano i coglioni”. Quest’ultimo è persona pericolosa, rafforza l’esistente e poi sarà pronto alla reazioni con azioni che possano anche incidere sulle libertà, basta che lo lascino in pace.

“Suicidio”, certo qualcuno non comprende la sua solitudine il fallimento dentro parametri che misurano con il denaro o con modelli di essere che ti possano definire uno “sfigato”. Infine, fallito, deluso, isolato il suicidio sociale è l’unica via di fuga. A volte prende il sopravvento la paura e il panico e si pensa che con la propria morte fisica si possa trovare la serenità

Non  sto iniziando il solito “pippone”  politico. Noi siamo persone che la politica condiziona che il nostro agire e pensare politico permette una politica o un altra. Anche il silenzio e il non voto è un’azione radicale della politica, permette che altri facciano.

Poi alla parola indignazione viene data il ruolo di vestire chi non sia d’accordo, confondendo gli arrabbiati con quelli che ragionano vomitando ostinati NO di pancia, confondendo con questi chi invece cerca di esprimere la sua resistenza, la sua opinione e agisce per il suo possibile ché la sua indignazione abbia un senso: che si cambi, che si finisca, che se ne vadano, che ci sia giustizia e senza vomitare sentenze da bar.

Invece è necessario che si dia rilievo al suo significato, che più persone capiscano che indignarsi è un dovere quando tutto ciò di umano, civile e di giustizia venga calpestato. Perciò bisognerebbe andare oltre la rabbia che ci assilla nei giorni del fine mese, quando si distruggono zone verdi senza che si pensi alle conseguenze, quando una donna venga violentata o un bambino muore perché non siamo più capaci di dargli futuro ma guerre e distruzioni.

Indignarsi.

Se sei un indignato scegli, ogni giorno qualcosa che ti indigni. Pensa a perché questo avvenga e cosa si possa fare. Anche se sia una isolata indignazione.

Indignazione.

Perché l’indignazione, crea simpatia tra quelli che la vivono.

E chissà…

Ah! Bisogna sapersi indignare non necessariamente di ciò che “classifichiamo” politica. L’indignazione si educa, altrimenti diventa rabbia.

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