Archivia 26 Giugno 2017

Indignazione

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Da Treccani online

indignazióne (ant. indegnazióne) s. f. [dal lat. indignatioonis, der. di indignari «sdegnarsi»]. –
1. Stato dell’animo indignato, risentimento vivo soprattutto per cosa che offende il senso di umanità, di giustizia e la coscienza morale

Ecco. Una parola che da significato il vivere in questi tempi, e soprattutto in Italia, di ideologie assenti, di persone di potere che parlano di riforme, come se la parola evocasse progresso, mentre ne annullano altre che erano pensate per la dignità e il vivere decente delle persone. Preferirei definirle controriforme.  Un periodo dove anche la parola rivoluzione gli viene dato un significato anomalo, già perché dove sarebbe il “mutamento radicale di un ordine statuale e sociale, nei suoi aspetti economici e politici”? E invece, “rivoluzione” come consolidamento delle logiche del mercato a vantaggio di pochi. Rivoluzione? Forse meglio dire restaurazione, in altre forme e di nuoovi poteri.

Diamo significato giusto alle parole, difendiamole nel nostro convivere e dialogo con gli altri, perché nella confusione emotiva insieme all’uso di parole evocando significati d’illusione che si viene trascinati verso l’omologazione, la solitudine o il suicidio.

“Omologarsi”, quindi aspettare istruzioni, mettersi tutti la stessa cravatta; non basta che ci si lasci dire la nostra quando questa va bene se non tocchi gli steccati del definito e delle regole precostituite.

“Solitudine”, la condizione di chi viene messo all’angolo perché già il suo pensare non è solo “diverso” ma insinua lo “standard”, a volte è la scelta di chi non ce la fa – empaticamente comprendo — o di chi preferisce farsi i “cazzi propri” e lasciar fare basta che non “gli rompano i coglioni”. Quest’ultimo è persona pericolosa, rafforza l’esistente e poi sarà pronto alla reazioni con azioni che possano anche incidere sulle libertà, basta che lo lascino in pace.

“Suicidio”, certo qualcuno non comprende la sua solitudine il fallimento dentro parametri che misurano con il denaro o con modelli di essere che ti possano definire uno “sfigato”. Infine, fallito, deluso, isolato il suicidio sociale è l’unica via di fuga. A volte prende il sopravvento la paura e il panico e si pensa che con la propria morte fisica si possa trovare la serenità

Non  sto iniziando il solito “pippone”  politico. Noi siamo persone che la politica condiziona che il nostro agire e pensare politico permette una politica o un altra. Anche il silenzio e il non voto è un’azione radicale della politica, permette che altri facciano.

Poi alla parola indignazione viene data il ruolo di vestire chi non sia d’accordo, confondendo gli arrabbiati con quelli che ragionano vomitando ostinati NO di pancia, confondendo con questi chi invece cerca di esprimere la sua resistenza, la sua opinione e agisce per il suo possibile ché la sua indignazione abbia un senso: che si cambi, che si finisca, che se ne vadano, che ci sia giustizia e senza vomitare sentenze da bar.

Invece è necessario che si dia rilievo al suo significato, che più persone capiscano che indignarsi è un dovere quando tutto ciò di umano, civile e di giustizia venga calpestato. Perciò bisognerebbe andare oltre la rabbia che ci assilla nei giorni del fine mese, quando si distruggono zone verdi senza che si pensi alle conseguenze, quando una donna venga violentata o un bambino muore perché non siamo più capaci di dargli futuro ma guerre e distruzioni.

Indignarsi.

Se sei un indignato scegli, ogni giorno qualcosa che ti indigni. Pensa a perché questo avvenga e cosa si possa fare. Anche se sia una isolata indignazione.

Indignazione.

Perché l’indignazione, crea simpatia tra quelli che la vivono.

E chissà…

Ah! Bisogna sapersi indignare non necessariamente di ciò che “classifichiamo” politica. L’indignazione si educa, altrimenti diventa rabbia.

Quattro amici… Anzi. E poi?

L’incontro era casuale o programmato, ma sempre insieme decidevamo la serata; una birra, un cinema o due passi. Lì, sul quel lungomare, anche se vento o pioggia ci coglieva; si trovava uno spazio coperto in uno dei lidi e aspettavamo. Ridendo e chiacchierando. Quattro amici. Anzi lo eravamo. Poi la compagnia crebbe. Quanti diventammo? Non ricordo, tanti; anche le ragazze si aggregarono, non eravamo più ragazzi di primo pelo.

Inizio Ignazio: «Ragazzi domani primo giorno di lavoro! Garzone con mio zio Pasquale. Lo studio non mi appartiene.»

Poi Letizia: «Fra tre giorni parto, vado a Roma. Diventerò una maestra.»

Io parlai per ultimo, veramente nessuno se ne accorse, erano già tutti dispersi. Per chi era rimasto le ore di libertà non coincidevano. Gli altri erano partiti. Lontano dal paese. Per lavoro. Solo Ludovica per amore.

Feci finta di andare incontro alla compagnia, così speravo che ne incontrassi qualcuno. Pioveva e il sole non appariva da diversi giorni. È brutta la spiaggia così. A chi potevo dire quello che pensavo. Solo al rumore di fondo della spiaggia, misto a gocce fredde e sbatacchio di teli fissi per quello che bastavano a coprire l’estate passata. Solo l’infrangere delle onde sulla spiaggia, vorticose e spumeggianti, davano il segno di esistere ancora con i sogni che ci fecero agire nella nostra gioventù.

Già giovani e poi?

Ho detto spesso ai miei allievi che la gioventù non va considerata una categoria sociale perché chi lo facesse ha scopi diversi che comunicare con uno stato temporale della crescita. Classifica, per vendere qualcosa, che duri in quel periodo che ti faccia poi desiderare altro. Oppure afferma che ciò che si fa non si debba più fare, appartengono a un periodo e basta; poi c’è l’omologazione ai schemi precostituiti. Ma da chi?

Un “giovane” è un uomo che cresce, con le aspirazioni, sogni, ansie e paure di un uomo senza esperienza. E qui sta la forza, non ha ancora sogni distrutti, aspirazioni sospese o annullate, oppure le paure e le ansie residuo di esperienze pericolose, maldestre o fallimentari. Ha coraggio ancora da esprimere, capacità di rompere schemi precostituiti o doverosi per la cultura prevalente.

Perciò fa paura se si riconosca che è un piccolo uomo; mette in crisi la sicurezza dell’adulto affermato, ormai, forse tristemente, certo del suo agire. Certo, questo è vero se il giovane si ponesse con coraggiosa umiltà alla conoscenza del mondo che lo circonda, insieme a sogni che siano capaci di incoraggiare un futuro di speranza.

Eccomi a parlare dei quattro amici… anzi, poi furono tanti e poi dispersi, per costruirsi una vita quotidiana accettabile, per qualcuno ambiziosa.

Ma solo dentro schemi che non ti possano far contare nella logica dei poteri che decidono, altrimenti non eravamo quattro amici… anzi poi tanti, ma soltanto bravi studenti di scuole di élite, per ruoli che già i genitori ci avrebbero prefigurato.

«Non è vero! Oggi tutti possono scalare il potere.» Balle!

Gioia e illusioni di schemi forniti tramite storie da film americani, dove il “sogno” di farcela è possibile. Dove l’impossibile è realizzabile.

L’impossibile è tale; può diventare possibile se ci fossero ancora quegli amici che insieme possano ancora discutere di altro, sognare e poi rompere abitudini di percorsi già predisposti, ma non per omologarsi, ma per costruire nuove abitudini, sagge soluzioni, anche contraddittorie. Diverse da quelle che portano, appena svegliati il mattino a controllare subito la sorte del mercaro e dei sui guru, adeguando la nostra vita alla sua sorte, come un oracolo che ci dica cosa dobbiamo sacrificare.

Mentre alcuni accrescono i loro profitti, selezionano la classe dirigente, solo tra loro, lasciando agli altri lo “sforzo del sacrificio” che chiede il mercato.

Già l’ideologia ha fallito. Allora è il mercato e lo spread che danno la dritta del futuro.

Questa non è ideologia? È anche sottomissione al volere di caste finanziarie che regolano le ansie e i timori del mercato.

Perciò solo ansia e sfiducia o addirittura disperazione dell’ideologia del profitto di potentati finanziari.

E i quattro amici… anzi poi tanti?

Che abbiano il coraggio di essere diversi dai loro genitori, fallimentari, e che sappiano riprendere i sogni e dargli i giusti venti per spingersi verso sponde nuove.

E non con No di contestazione ma con Si di nuovo. Come?

Si facciano un’altra ideologia del futuro che non sia quella del profitto o della mera lamentela e contestazione.

Non è un caso che qualcuno ricorda il ’68 dandogli il significato di fallimento degli anni ’70: anni di piombo, anni spezzati, della peggior gioventù. Perché il ’68 fu contestazione, nata nell’ambito di realtà colte e lontana dalla gente comune, invece poi fu altro: la rottura con il sistema e partecipazione con tanti altri che non avevano nulla da perdere se non la propria fame e miseria o un futuro di semplici pagati per lavori senza regole.

Per fermare quello che venne dopo la contestazione, cioè le lotte di massa, fu necessario ammazzare con attentati. Per creare paura.

Così oggi si può chiamare riforma, eliminare i diritti conquistati senza darle il giusto significato: controriforma.

Perciò la crisi non esiste è una “ideologica”, visone di numeri del mercato definiti da operazioni di caste finanziarie nella logica del solo profitto.

Quattro amici, giovani… dove siete?

Al bar? A consumare? Cosa?

La birra con la soprattassa per la crisi e lo spread che sale.

E qualcuno guadagna perché tu possa stordirti senza sogni.

Cazzo, sogna! E indignati!